Sempre più mi viene da pensare al gesto di scrivere sui libri come a un atto di presenza: sono qui e ho letto. Basta. Sottolineo parole, anche sporche, per la mia vita. Di che cosa ha bisogno la mia vita? Di sentire che in altri c’è una briciola di me che mi contiene, che mi ospita. Libri, lettori, scrittori: tutti abitano un cerchio che si chiude e non si chiude, che accoglie o che respinge.
Quindi, ora. ORA. Tempo. Tempo che si lacera e ci lacera; tempo in cui si arrampicano le parole, splendenti e misere.

Di questo libro sottolineo dei versi:

Natale
in profonda comunione
con le piccole cose di ogni giorno,
parole povere…
p. 49

… fino a quando il respiro si sfinisce,
piega le ginocchia …
p. 54

è tardi per il salto
la porta mi si chiude in faccia …
p. 59

Questi versi mi servono.
Canticchiamo canzoni per la strada nella testa. Ci portano, ci riportano da qualche parte. Perché non ricordare i versi allora? Perché non sentirne la necessità?
Questi “cerchi” sono già in assonanza con altri “cerchi”

Il morbido incedere di passi forti e flessuosi,
s’avvolge in cerchi sempre più piccoli,
con una danza di una forza attorno a un centro
in cui si erge, stordita, una gran volontà.
(Rilke, La pantera)

Quindi le parole camminano intorno a qualcosa, descrivono paesaggi, i confini entro cui avveniamo, pensiamo e a volte meditiamo. C’è una differenza fra questi tre verbi e forse “avvenire” non è neanche un verbo.

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Tornare su questa poesia mi riesce sempre a dare un senso di leggerezza e di infinito, nella sua disarmante semplicità. Sembra che la mente si sbricioli e si faccia dello spessore del cielo. Ecco una mia lettura:

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Uno semplice scenario urbano, un angolo anonimo di una strada, può fare scaturire dentro di noi una scintilla. Un nuovo percorso che ci conduce dal rumore della folla a uno scenario di fughe e di riflessi sopra la Sprea. Fino a ritrovare, finalmente, il nostro respiro: per confonderci col fiume, per essere nel tramonto spicchio di luce con la luce.

Buon ascolto:

La poesia è tratta dalla mia silloge “Cerchi”, Empoli, ed. Ibiskos, 2013

Osservare le foglie mentre cadono può essere un buon insegnamento di vita. Ecco qualche mia umile osservazione di fronte ad un albero in autunno:

La poesia è tratta dalla mia silloge “Cerchi”, Empoli, ed. Ibiskos, 2013

Prosegue l’appuntamento quotidiano con lettura delle mie poesie.

Oggi continuo con i versi berlinesi tratti da “Cerchi”, Empoli, ed. Ibiskos, 2013.

Un caro saluto ai miei attenti ascoltatori

la poesia del giorno – “Fu Berlino”

Pubblicato: gennaio 15, 2014 in poesia

“Fu Berlino” risale alle poesie che ho scritto nel settembre del 2011 e fa parte della sezione Cerchi, da cui prende nome la mia ultima silloge.

Buon ascolto!

Una mia lettura di una poesia berlinese, tratta dalla silloge “Cerchi”.

Buon ascolto!

Francesco e il volo

Pubblicato: novembre 25, 2013 in poesia
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Da un po’ di tempo a questa parte ho deciso di occuparmi di letteratura per l’infanzia. Con un linguaggio semplice e evocativo, musicale e capace di aprire nuove visioni.

Qui di seguito una delle mie fiabe, con le illustrazioni del pittore Alessandro Mazzoni: http://www.scribd.com/fullscreen/163955946?access_key=key-f87cno5q5hlji6l8f52&allow_share=false&show_recommendations=false&view_mode=slideshow

Un caro saluto a tutti i miei lettori

Sassi nell’acqua: partiture di un percorso poetico

Prima i chiaroscuri, poi i cerchi. A monte di entrambi i libri, un sasso lanciato nello stagno in un momento non precisato (chi può mai dire quando nasca una vocazione poetica?): certamente nell’infanzia, quel luogo ctonio di non detti che sembra all’origine di tanti testi di questa raccolta – voglio ricordare almeno le due intense vedute oniriche a pag. 53. Non è facile descrivere i propri sogni in poesia: Castagna lo fa magistralmente in questa sezione che è come un a parte, ma insieme un ideale esergo – pur non formalmente preludiale o proemiale – del libro. Proprio perché sogno e infanzia parlano la stessa lingua dello stupore e rappresentano il cantus firmus di cui la raccolta intera (con i suoi paesaggi, la sua Berlino città-simbolo di ripetute palingenesi storiche, la sua attenzione ai minimi dettagli di sensibilità e interiorità) elabora “partite” e variazioni. Forse niente quanto un linguaggio preso a prestito dalla musica può descrivere questo mondo poetico, fatto di musica prima che di immagini. L’accompagna naturaliter il pizzicato di un’arpa barocca, ma potremmo immaginarci altrettanto bene la semplice solennità di un organo. E’ un poeta fedele alla terra, Castagna; un poeta che chiede di radicarsi. Per questo interroga le nervature delle foglie (come non ricordare il filo d’erba di Walt Whitman?), i paesaggi concreti e minimali; il cielo che sembra avvicinarsi alla terra per rivelare al poeta, timido chiromante del cosmo, ramificazioni di nubi, squarci di vuoto. O la foce di un fiume – il Magra – che è soglia, attesa di una partenza di cui viene abilmente sdoppiato il punto di vista – siamo sulla nave o a terra? – se dare le vele al vento (Qui dove il Magra s’abbandona/ e apre la sua bocca al mare/ spume,//navi ancorate, incerte-/l’attesa di una mano/che sciolga, alzi le vele.) (pag. 15). Non si sa “chi va e chi resta”, verrebbe da dire: si vive in limine, “se trovi un nome è per dimenticarlo” (pag. 18); ed è ancora sempre un suono – campane lontane, il ricordo di un violino, la pioggia sui vetri, un grido, il silenzio stesso – a richiamarci alla realtà. Suono e soglia , anche sul piano della mera ricorrenza lessicale, sono termini frequentissimi nella raccolta. Lo stesso breve “catalogo della gioia”, trasparente citazione da Antonella Anedda , è onomatopeico assai più che ideografico: esso dichiara, assieme al doveroso debito, anche una chiara indipendenza rispetto al modello. Attendiamo con ansia che la prossima prova ci sveli altri cerchi concentrici generati e continuamente generantisi da quell’antico sasso nell’acqua, nato con noi ma caduto “sulla curva imperfetta della notte” , in un tempo che la poesia ci aiuta a sentire di nuovo nostro.

Alessandra Paganardi

cop. CASTAGNA-1

Prefazione di Stefano Maldini

Dopo aver suonato i molti spartiti del suo animo e accordato così la lingua in Chiaroscuri, Alessandro Castagna con questa nuova opera punta dritto al cuore della sua ispirazione e senza cercare vie di fuga – “Il primo gesto rivoluzionario / è chiamare le cose / con il loro vero nome” dice Rosa Luxemburg – lo dichiara immediatamente nella figura polisemica del titolo. I Cerchi racchiudono infatti il desiderio di perfezione ma anche il pericolo della ripetizione, la prigione dell’identità ma anche la prospettiva aperta del rinnovamento, così evidente quando il sostantivo lascia il posto alla coniugazione presente del verbo cercare. Trovare una forma raffinata che trattenga i frammenti del mondo e i “frantumi che rincorrono frantumi” della propria storia, e in questo modo forse salvarli, ma poi salvare se stesso e attraversare una nuova soglia per rimettersi in una posizione di nascita, non lasciandosi incantare da ciò che si è costruito, ritenendolo a torto un assoluto.

Stile e vita si intrecciano in questo tentativo così ambizioso nell’obiettivo e così umile nella pratica lenta e minuziosa del lavoro (“l’arte di attendere”), guidato da “una gran volontà” e da una fede solida nel potere magico delle parole, che con la loro musica profonda riescono a riaccordare il mondo, restituire un’armonia come fosse una casa in cui poter abitare, ma da cui, liberamente, poter anche uscire. Se l’afflato malinconico (“Noi, / uccelli nostalgici, / migriamo / a più sottili latitudini”) e il tema della perdita accompagnano molte pagine del libro (quasi “eco di campane in lontananza” che funereo scandisce un nome da dimenticare), essi rappresentano solo il sottofondo di una voce che invece rilancia sempre con delicata fermezza la sua lotta (“But I collect myself”) e tenta una costruzione di senso persino ludica (come non riconoscere, dietro quell’“allegro vivo” del violino anche una dichiarazione in prima persona, io vivo allegro?). La proposizione è d’altronde ampiamente sviluppata nella sezione Il mio catalogo della gioia, dove la gratitudine e la leggerezza si incarnano in metafore luminose e dopo l’“oblio che evapora sul mare” ci viene incontro come una promessa il rischio fertile di “un nuovo tempo”.

Ecco così che l’idea della separazione, origine del dolore e di questa costellazione di sensazioni luttuose, viene superata a vari livelli dal riconoscimento di un’appartenenza comune: sentimenti umani ed elementi naturali dialogano (il “vuoto” interiore che “intreccia le sue trame alle radici / di una quercia”), si confondono (“Una pioggia inconsistente, / un vapore leggero / sfuma i miei passi, / mi confonde con il paesaggio”), si scambiano caratteri (il fiume Magra ha una “bocca”, in cui le “navi ancorate, incerte” anelano come parole non ancora dette allo scioglimento delle vele). La stessa icona del cerchio (“Cercarsi / fra i contorni di Berlino / fra una vetrina e il filo delle voci, / quando cerchi / imperfetti di parole / si rincorrono”), replicata in quella dell’anello (“Quando il mio silenzio si fa altro / un anello col tuo silenzio / e noi ancora a camminare lungo il fiume, / così ci attraversiamo”), conferma questa sfida alla divisione che non è tuttavia negazione delle differenze. Quella che ci viene proposta è in ultima analisi un’altra visione, meno conflittuale, nella quale unità di tutto l’esistente e molteplicità delle manifestazioni rappresentano punti di osservazione necessariamente complementari di fronte a una realtà in continua metamorfosi, così evidente in quella “foglia / quando cade […] Contorno che si sfalda, / rinasce oltre la soglia.”

Non è un caso, dunque, se ci si imbatte in una folla lessicale che abbraccia e in qualche modo riassorbe, senza nasconderle, le presenze laceranti della “luce insanguinata” o delle “broken memories / bleeding on the floor”: così incontriamo i sentieri “raccolti […] sulla corda tesa di un violino”, “la voglia // e il bisogno di sentirsi, una spoglia / intimità di comunioni”, “uno spiraglio / qui, a ricomporre / con altri ramoscelli e foglie / sguardi, reliquie antiche, quadri / il proprio nido”, tutti segni che ci conducono appunto nella direzione di una ricostruzione non chiusa su se stessa, geometrica e definitiva, quanto piuttosto affettuosa e orientata al futuro. Come scorrendo una partitura capace di coniugare insieme le note più diverse, Alessandro Castagna trova così decisamente in Cerchi il passo giusto, il ritmo ormai maturo della sua scrittura. Complessa nell’articolazione e semplice nei suoi moventi: anche per lui un vero e proprio “Natale, / in profonda comunione / con le piccole cose di ogni giorno”.

Stefano Maldini

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